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Qualche tempo dopo che lui aveva detto la parola «pau- sa», impazzii e finii in ospedale. Non aveva detto «Non vo- glio vederti mai piú» oppure «È finita» ma dopo trent’an- ni di matrimonio pausa bastò a trasformarmi in una matta i cui pensieri si scontravano esplodendo e rimbalzando come popcorn nel microonde. Feci questa penosa riflessione stan- domene distesa su un letto della South Unit, talmente appe- santita dall’Haldol che l’idea di muovermi mi faceva orro- re. Le cantilenanti voci cattive sembravano attutite, ma non erano scomparse, e quando chiudevo gli occhi vedevo per- sonaggi dei cartoni animati che sfrecciavano tra colline rosa e scomparivano in foreste azzurre. Alla fine, il dottor P. mi diagnosticò un disturbo psicotico breve, noto anche come psicosi reattiva breve, il che significa che sei andata davvero fuori di testa, ma non per molto. Se dura piú di un mese, ti devono mettere un’altra etichetta. A quanto pare, alla base di questo particolare squilibrio c’è sempre un fattore scate- nante o, in gergo psichiatrico, uno «stressore». Nel mio caso era Boris, o meglio il fatto che Boris non ci fosse, che Boris fosse in pausa. Mi tennero sotto chiave per una settimana e mezza, poi mi lasciarono uscire. Ero già paziente esterna da qualche tempo quando trovai la dottoressa S., con la sua vo- ce bassa e melodiosa, i sorrisi tirati e un buon orecchio per la poesia. Mi rimise in piedi, anzi, continua a tenermi in piedi.
Non mi piace ricordare quel a pazza. Mi faceva vergo- gnare. Per molto tempo non riuscii a rileggere quello che lei aveva scritto in un taccuino bianco e nero durante il ricove- ro. Sapevo che sulla copertina c’era scarabocchiato Schegge di cervello in una calligrafia che non sembrava affatto la mia, ma esitavo ad aprirlo. Avevo paura di lei. Quando venne a trovarmi, mia figlia Daisy nascose il suo disagio. Non so esat- tamente quello che vide, ma posso immaginarlo: una donna che non mangiava, magrissima, ancora confusa, il corpo ir- rigidito dai medicinali, una persona che non sapeva reagire in modo adeguato alle parole di sua figlia, che non riusciva ad abbracciare la sua bambina. E poi, quando se ne andò, la sentii mormorare a un’infermiera, con un singhiozzo stroz- zato in gola: – È come se non fosse la mia mamma –. Allora non ero in me, ma adesso ricordare quella frase è straziante. La Pausa era francese, con capelli castani lucidi ma senza volume. Aveva un seno che si notava, di quelli veri, non si- liconati, sottili occhiali rettangolari, e un gran bel cervello. Era giovane, ovviamente, di vent’anni piú giovane di me, e ho il sospetto che Boris avesse sbavato dietro la sua collega per parecchio tempo prima di puntare alle sue regioni piú in- teressanti. Me lo sono immaginato un sacco di volte. Boris, con i ricci bianchi come neve sulla fronte, che palpa il seno del a suddetta Pausa vicino al e gabbie dei topi geneticamente modificati. Li vedo sempre in laboratorio, ma probabilmente mi sbaglio. Lí rimanevano soli di rado, e il «team» avrebbe notato i brancicamenti rumorosi. Forse si nascondevano in un bagno, e il mio Boris cavalcava la sua collega scienziata, con gli occhi che si rovesciavano nelle orbite prima di rag- giungere l’estasi. Lo sapevo bene. Avevo visto le sue pupille rovesciarsi migliaia di volte. La banalità della storia – il fat- to che venga replicata ad nauseam da uomini che scoprono, all’improvviso oppure poco per volta, che quello che è non deve essere per forza e poi decidono di liberarsi di donne che per anni si sono prese cura di loro e dei loro figli, e che ora stanno invecchiando – non cancel a l’angoscia, la gelosia e l’umiliazione che travolgono chi viene abbandonato. Le donne scartate. Io ululavo e stril avo e battevo i pugni sul muro. Gli facevo paura. Lui voleva solo essere lasciato in pace, libero di andarsene con la neuroscienziata dei suoi sogni, una don- na di classe, con cui non aveva un passato, non condivideva dolori, sofferenze o conflitti. Eppure aveva detto «pausa» e non «basta», per tenere aperta la narrazione nel caso aves- se cambiato idea. Un crudele spiraglio di speranza. Boris, il Muro. Boris che non grida mai. Boris che, seduto sul diva- no, scrol a il capo, sconfitto. Boris, l’uomo dei topi che aveva sposato una poetessa nel 1979. Boris, perché mi hai lasciata? Dovevo andarmene di casa perché stare lí mi faceva male. Le stanze, i mobili, i rumori dal a strada, la luce che entrava nel mio studio, gli spazzolini nel piccolo contenitore, l’arma- dio della camera da letto, con il pomello mancante – tutto era diventato come ossa doloranti, come un’articolazione, una costola o una vertebra di una complessa anatomia di ri- cordi condivisi. Mi sembrava che ogni elemento familiare, carico dei significati che si erano accumulati nel tempo, mi schiacciasse con il suo peso, e scoprii che non riuscivo a reg- gerlo. Cosí lasciai Brooklyn e decisi di passare l’estate nel paesino in mezzo al nulla dov’ero cresciuta, in quella che un tempo era la prateria del Minnesota. La dottoressa S. non era contraria. Avremmo fatto una seduta telefonica una vol- ta la settimana, tranne in agosto, quando lei sarebbe andata in ferie. L’università era stata «comprensiva» riguardo al mio esaurimento, e sarei tornata a insegnare a settembre. Quel periodo sarebbe stato lo Sbadiglio tra l’Inverno Pazzo e l’Autunno Sano, un vuoto privo di eventi da riempire di poesie. Avrei passato il tempo con mia madre e sarei andata a portare fiori sulla tomba di mio padre. Mia sorella e Daisy sarebbero venute a trovarci, e io avrei insegnato poesia alle ragazzine dell’Arts Guild, l’associazione culturale locale. Il «Bonden News» titolava: Laboratorio guidato da una premia- ta poetessa nostra conterranea. Il Doris P. Zimmer Award era arrivato dal nulla, all’improvviso, un premio misconosciuto cui possono concorrere unicamente donne il cui lavoro rien- tra nella categoria «sperimentale». Avevo accettato quella dubbia onorificenza, e l’assegno che l’accompagnava, con gratitudine e qualche riserva inespressa, prima di scoprire che qualsiasi premio è meglio di niente, e che il termine «premiata» conferisce un’aurea utile, anche se puramente decorativa, al poeta che vive in un mondo che non sa nien- te di poesia. Come disse John Ashbery, «essere un poeta fa- moso non è la stessa cosa di essere famoso». E io non sono Affittai una casetta sul limitare del paese, vicino all’ap- partamento di mia madre in un edificio riservato ad anziani e molto anziani. Mia madre viveva nell’ala per le persone autosufficienti. Nonostante l’artrite e altri disturbi, tra cui pericolosi picchi di pressione alta, era notevolmente arzil- la e lucida per i suoi ottantasette anni. Il complesso inclu- deva altre due zone – il «reparto assistito», per chi aveva bisogno di aiuto, e il «centro cure», il capolinea, dove mio padre era morto sei anni prima. Una volta mi era venuto l’impulso di tornare a vedere quel posto ma, arrivata sul- la soglia, avevo fatto dietrofront ed ero fuggita dal fanta- – Non ho detto a nessuno del tuo ricovero in ospedale, – mi disse mia madre in tono ansioso, con i penetranti occhi verdi puntati su di me. – Nessuno deve saperlo. Dimenticherò la goccia di Angoscia Che ora mi brucia – che ora mi brucia! Emily Dickinson n. 193 mi viene in aiuto. Indirizzo: Amherst.
Per tutta l’estate, versi e frasi mi turbinarono in testa. «Se si presenta un pensiero senza pensatore, – ha detto Wilfred Bion, – potrebbe essere un “pensiero randagio”, o un pensiero con nome e indirizzo del proprietario, oppure un “pensie- ro selvaggio”. Il problema, se emerge un pensiero del gene-

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